Convegno “Spurio, Autentico o Copia – Le nuove tecnologie per i Beni Culturali”

Convegno “Spurio, Autentico o Copia – Le nuove tecnologie per i Beni Culturali”

'La Sapienza' - 16 Aprile 2008.

Il Ce.S.Ar. è stato costituito a Milano nel 1989 da Roberto Piazza e Marina Barbara Fortunat per diffondere e ufficializzare i risultati ottenuti, dopo un lungo lavoro di ricerca sul campo, in merito ai manufatti in metallo prezioso.

In seno al Ce.S.Ar. sono state svolte importanti attività quali l’istituzione della “Scienza delle Antichità d'Argento e delle Argenterie Moderne”; per coordinare in modo organico tutti i loro aspetti artistici, storici e soprattutto tecnologici, e per diffondere tali conoscenze si sono organizzati in modo continuativo corsi avanzati di formazione peritale e master di specializzazione.

Attualmente il Ce.S.Ar. ha trasferito la sua sede a Roma con l’obiettivo di trasfondere la conoscenza del Centro Studi Archeometrici, estendendola a tutto il settore dei Beni Culturali e promuovendone lo sviluppo nella forma allargata associativa.

A tal fine la gestione del Ce.S.Ar. - che si avvale della collaborazione di specialisti esperti nei diversi settori dei Beni Culturali - è stata affidata ad un consiglio direttivo presieduto Fabio Romano Moroni, Perito del Tribunale nel settore delle argenterie e delle oreficerie antiche, da anni integrato con le metodologie del Centro Studi.

Nell’ambito delle Antichità d'Argento, le problematiche che devono essere affrontate ogni qualvolta ci si trova a redigere una “Perizia di autenticità” sono molteplici e spesso diverse tra loro, in quanto i fenomeni che le riguardano sono complessi e di tipo multidisciplinare.

Il metodo d'indagine da utilizzare deve quindi basarsi su un'ampia e rigorosa serie di analisi logico-induttive per ricostruire a ritroso l’originario processo realizzativo partendo dal manufatto, e logico-deduttive per  comprendere, in modo sequenziale, lo sviluppo dell'idea dell'artefice sino al compimento del manufatto stesso. Il tutto, per fornire un risultato oggettivo  e quindi altamente affidabile e verificabile.

Il processo peritale “tipo” deve quindi effettuare un’attenta raccolta dei dati, mettendo sempre a confronto tra loro i risultati ottenuti attraverso lo studio del manufatto in ambito storico-artistico e tecnologico-costruttivo, così come è sempre fondamentale il confronto microfotografico delle marchiature eventualmente presenti con altre sicuramente autentiche.

Il reperto deve altresì essere osservato sia nel visibile che nell’ultravioletto mediante osservazione ottica a 10 x e successivamente con uno stereo microscopio ad alto ingrandimento per la verifica dello stato di conservazione, della patinatura e dei microdanneggiamenti superficiali, caratteristici di un oggetto antico e quindi soggetto ad un normale degrado d’uso.

Oltre a questa serie di decine di indagini, può essere talvolta risolutivo ai fini dell’autenticazione effettuare anche dei test chimico-fisici per il controllo del titolo della lega d’argento e per la verifica quali/quantitativa delle  impurezze normalmente riscontrabili in una lega antica.

Il caso di studio che è stato esposto rappresenta un esempio applicativo di quando e come le tecniche di Analisi Diagnostiche non distruttive, nello specifico la Fluorescenza X in dispersione di Energia (EDXRF, Energy Dispersive X Ray Fluorescence) possono essere di ausilio e quindi integrarsi con il già citato metodo peritale multidisciplinare.

Le indagini effettuate su tale manufatto, un oggetto genovese del XVIII secolo, avevano infatti già evidenziato delle incongruenze stilistiche con la produzione territoriale dell’epoca. Dall’osservazione ottica a 10x, nonché dalle successive analisi con lo stereo microscopio ad alto ingrandimento e risoluzione, era emersa inoltre la quasi totale assenza delle normali usure dovute al vissuto del manufatto (ad esempio al di sotto dei piedi) e nemmeno  erano stati individuati  i tradizionali microdanneggiamenti superficiali che si riscontrano sulle superfici lisce degli oggetti realizzati in epoca antica.

A completamento delle analisi superficiali, sono state inoltre rilevate numerose e diffuse zone azzurrognole tipiche dei trattamenti con polisolfuri, che non hanno alcuna ragione d’essere sui reperti antichi autentici (trattamenti che invece vengono normalmente effettuati sugli oggetti alterati o contraffatti, nel tentativo di ricreare artificialmente patine di solforazione).

L’unico marchio presente, era inoltre incompleto e quindi, seppur analizzato ad alto ingrandimento, non ha consentito un esaustivo confronto con altri marchi fotografici identici  e sicuramente autentici.

Non avendo potuto avere una risposta esauriente dall’insieme delle indagini precedentemente effettuate, si è deciso di passare ad effettuare un'analisi suppletiva con la Fluorescenza X in dispersione di Energia (EDXRF) in modalità non distruttiva e con sistema portatile, per caratterizzare completamente la composizione della lega  e quindi ottenere una risposta ai seguenti quesiti:

  • Ci sono differenze sostanziali tra le leghe costituenti le varie parti del reperto?
  • Sono le leghe costituenti le varie parti del reperto coerenti con l’epoca?
  • Sono stati effettuati trattamenti superficiali di tipo galvanico?

La capacità di penetrazione dei raggi X è generalmente molto bassa e nelle leghe di Ag può essere inferiore anche ai 100 micron; quindi è stato importante associare ad un efficace campionamento una leggera abrasione superficiale delle zone oggetto di misura, per poter verificare la presenza di un eventuale film di rivestimento galvanico.

Confrontando i risultati delle analisi ottenuti prima e dopo la pulitura, è stato possibile affermare che su nessuna delle parti costituenti l'oggetto vi era stato alcun arricchimento superficiale.

Le stesse parti metalliche però, sono risultate all'analisi disomogenee dal punto di vista qualitativo e quantitativo per quanto riguarda gli elementi di base della lega Ag-Cu e per le impurezze in traccia.

Alcune delle leghe costituenti il reperto non sono risultate coerenti con l’epoca di presunta produzione, in quanto a Genova nel XVIII secolo l’argento veniva ancora affinato con il metodo della coppellazione, e pertanto non era plausibile l’esistenza di parti eseguite con tenore di argento della lega di 99,1% o persino di 99,9% (quindi praticamente argento fino) e ben difficilmente non erano presenti tracce d’oro e/o altre impurezze.

Il bordino che riportava il marchio e la presa di saggio è stato trovato al titolo di 99,1% (titolo che  non rispetta assolutamente quello ponderale e legale di 11 once e 2 denari, pari a 923,6‰ di argento fino, in vigore nella repubblica di Genova nel XVIII secolo). Su di esso sono stati pure rintracciati rame (nella misura dello 0,3‰) e oro (nella misura di 0,5 ‰) con tracce di piombo.

In conclusione, si deve considerare che anche al giorno d'oggi – in cui la raffinazione elettrolitica permette di arrivare ad una bontà di 999,9 ‰ – le impurezze sono sempre presenti (magari anche solo in p.p.m.) e vanno a strutturarsi all’interno del metallo (impurezze che in molti casi possono essere definite sostituzionali, qualora vadano ad inserirsi nella cella cubica nella stessa posizione reticolare, e che possono essere costituite anche da platino, ferro, nickel, zinco, alluminio e altro ancora).

Analizzando un oggetto in lega d’argento antico, troveremo invece che le impurezze sono sempre presenti in quantità elevata, in quanto derivano sia dal metodo di affinazione dell’argento, sia del rame (ma che potrebbero provenire persino da scarti di lavorazione inseriti nel crogiolo nel corso dell'alligaggio). Impurezze che possono raggiungere o anche superare il 15-20‰.

Nel caso esaminato, la mancanza delle tipiche caratteristiche di una lega antica, messa in luce dalle suddette analisi scientifiche, ha consentito di confutare in modo incontrovertibile l'autenticità del manufatto.

 

Il Presidente del Ce.S.Ar.

(Fabio Romano Moroni)

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